Il signor Paoletti e il Cinema Palazzo – dieci anni di clamorosi insuccessi

 

Il Cinema Palazzo era un cinema importante. Mia nonna e mia madre durante l’oscuramento negli anni precedenti il bombardamento percorrevano le vie muro-muro per entrare nella sala fumosa con la copertura che si muoveva. Anni dopo io ci andavo a giocare a biliardo, si poteva fumare al tavolo senza pericolo di lacrimare tanto era alta e ariosa la sala.

Poi la chiusura. E tutti più o meno nel quartiere se lo dimenticano. Se capitava ci parcheggiavi davanti, in quella piazza quasi anonima. Non so quando Paoletti abbia incamerato la proprietà, pare gli sia capitata per le mani all’interno di un pacchetto più ampio acquisito in un’asta. In ogni caso, come sia andata, è suo.

A un certo punto hanno provato pure a farci un Bingo. Credo dovesse essere il 2001 o 2002. Era il momento in cui a Roma aprivano sale bingo da tutte le parti per lucrare sui pensionati, era uno dei business più in voga. Ma a piazza dei Sanniti il Bingo dura solo pochi mesi, chiuso dall’autorità giudiziaria. Nel quartiere iniziano a circolare le voci più disparate, tra cui spicca per fantasia e potere evocativo quella dei chili di cocaina rinvenuti nel distributore di bibite. Coca-Cola, Coca-Ina. Non può non strappare un sorriso. Ma al margine dei dettagli il messaggio era chiaro: solo dei banditi avrebbero potuto investire in quel genere di attività, solo degli scriteriati potevano pensare di impiantarla nel cuore di San Lorenzo.

Una mente imprenditoriale avrebbe capito. E invece.

Passano sette o otto anni e Paoletti ci riprova. Stavolta affitta lo storico cinema alla società Camene SPA (il 15 dicembre 2020 ricorre il decennale dalla firma di quell’illuminato contratto di locazione), che voleva aprire lì il Video Lottery Terminal, il casinò, le macchinette. Proprio nel momento in cui tutti si rendevano conto che quelle attività erano ‘robba’ della criminalità organizzata, i lavori di ristrutturazione iniziano illegalmente e contro tutte le norme urbanistiche.

Nel quartiere si viene a sapere. E quell’angolo dimenticato diventa un pericolo totale. Così un intero quartiere si oppone e lo occupa. E il Nuovo Cinema Palazzo diventa un simbolo di resistenza e di lotta alla Camorra che ha invaso la città imponendo le sue slot machine, alla ‘ndragheta che affoga il litorale romano e la Tiburtina, facendo affari con i fascisti e mafia capitale.

A quel punto una mente imprenditoriale avrebbe capito. E invece.

Dopo circa nove anni di silenzio e dopo aver cercato e trovato aiuto da parte dei peggiori personaggi politici del paese – quasi tutti figure di rincalzo salite alla ribalta per brevi quanto funeste parentesi di notorietà – implicati in affari loschi e parentopoli varie, Paoletti decide di riprenderselo e inizia la lotta, ancora una volta sbagliando tutto.

Viene nominato un curioso custode giudiziario del bene che si dice architetto ma si muove come uno sceriffo: lo pattuglia con giri continui in macchina, a volte si ferma chiedendo i documenti a chi entra ed esce, riprende il giro e continua a guardare. Il sedicente custode gode anche di alcuni contatti con giornalisti con chiara fama di incapaci e prezzolati. Iniziano continui attacchi a mezzo stampa contro il Nuovo Cinema Palazzo e – questo è davvero singolare – anche contro l’utilizzo episodico dello spazio antistante, dove sono presenti alcuni vasi e un paio di piante cresciute in questo decennio. I nostri si ergono a paladini della legalità tout court, del diritto delle strisce blu a esistere, della supremazia del parcheggio sul verde urbano, della mobilità gommata sulla socialità. Il risultato, quasi scontato, è che anche la piazza diventa un simbolo di resistenza.

A quel punto una mente imprenditoriale avrebbe capito. E invece.

E invece abbiamo assistito alla solerzia con la quale i paladini del ristoro dei viandanti gommati rispondevano ad ogni chiamata dello zelante cittadino per far sanzionare chi lasciava il suo cavallo meccanico fuori dagli stalli riservati dove nel frattempo era nato un giardino. Accompagnato da una serie di brutti articoli di giornale che per mesi fanno da sponda a una sequela di interventi dei vigili urbani per la rimozione dei vasi.

Tutta la città accorre, anche in piena pandemia, in Piazza dei Sanniti, davanti al Nuovo Cinema Palazzo. Lo spazio si riempie di persone, viene difeso e più volte ripristinato con nuovi vasi e nuove piante. Anche in pieno agosto. A un certo punto vengono pure tagliate le piante con furiosissimo sdegno di tutti.

Beh, stavolta la mente imprenditoriale avrà capito! Macchè, niente da fare.

Grazie a oscure manovre sotterranee viene messa in atto una operazione di sgombero enorme e costosissima. Operazione alla quale segue una reazione gigantesca di opposizione, tuttora in atto e che, se non fosse chiaro, si protrarrà a oltranza.

Nessuno rivendica lo sgombero e le istituzioni, Regione e Comune in testa, unanimamente difendono il Nuovo Cinema Palazzo, arrivando a proporre alla proprietà di cedere loro l’immobile. Il Municipio II delibera finalmente la pedonalizzazione dello spazio antistante, di fatto giardino da quasi dieci anni, perché possa tornare verde e continuare a ospitare le iniziative di chi abita il quartiere.

Paoletti, in tutta risposta, dichiara che il quartiere non gli piace, e il curioso custode giudiziario dice che aprirà un teatro gestito da Sgarbi. Sgarbi a San Lorenzo? Certo, non gli manca la fantasia! Quanto all’aderenza alla realtà e alla capacità di capire dove si trovi a operare, è lecito nutrire qualche dubbio in più.

Se fossimo i proprietari del Cinema Palazzo – e non solo i legittimi custodi sociali che per dieci anni si sono opposti alla speculazione su quella fetta di quartiere – oggi ci porremmo delle questioni.

Quante persone oggi vorranno investire in quello spazio che ormai ha assunto una dimensione simbolica trascendente? Chi se la sentirà di smurare il cinema per aprire qualsiasi cosa? Chi lo vorrà oggi? Di quanto è sceso il valore immobiliare del teatro dopo le scomposte iniziative del curioso custode giudiziario e le strabordanti reazioni sociali? Come verrà accolta una qualunque nuova impresa, di per se intrinsecamente escludente, dal posto che era un luogo del possibile includente?

Quanto durerà la disponibilità delle istituzioni a far proprio lo spazio?

Una mente imprenditoriale dovrebbe darsi delle risposte sensate, conformi alla realtà dei fatti di questi ultimi dieci anni.
Una mente imprenditoriale capirebbe che è giunto il momento di fare un passo indietro, di capitalizzare il possibile e togliersi dai piedi.
Di lasciare finalmente quel quartiere “che neanche gli piace” alla propria gioiosa vita collettiva e di andare a fare affari altrove.

Avrà capito? Lo scopriremo nelle prossime settimane. Lo apprenderemo insieme, dalla piazza che non abbiamo abbandonato e che non abbandoneremo.

Leave A Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *