Binario 19 di Samuel Krapp

Domenica 11 alle 21 e 30 Torna il Teatro al Nuovo Cinema Palazzo

Compagnia Dulcamara presenta
BINARIO 19
di Samuel Krapp
con Claudia Fonti, Fabio Manniti, La scopa, I burattini
tecnico audio e luci Caterina Guia

La storia non è poi così articolata, è piuttosto l’idea di questo spettacolo con la sua originalità e la sua chiave di lettura ad essere più interessante di tutto il resto. La storia, per l’appunto, è quella di un barbone che aspetta un po’ da sempre e probabilmente per sempre l’arrivo di un treno al binario 19 della stazione Termini. Quel treno che non arriverà mai.
Nel suo mondo immobile, dove il tempo ha smesso di scorrere, ripercorre le tappe della sua vita in un grande assolo. E’ così che rivolgendosi a una vecchia scopa parla con il suo amico di sempre, Tommaso, un magnaccia del Pigneto con cui aveva passato la gioventù a fare rapine, parla alla sua donna Vittoria, una prostituta di borgata alla quale lui avrebbe voluto riservare un destino diverso, parla dei suoi sogni di ragazzo, prima e dopo che glieli distruggessero tutti, dal primo all’ultimo.
Racconta del colpo, il colpo della vita, che avrebbe dovuto cambiargliela quella vita, come gli prometteva il Coreano mentre scendeva a patti con lui e con Tommaso. Eppure il colpo non è andato, e Tommaso ci ha rimesso la pelle. Ma lui aveva ancora la sua parte di soldi e ha pensato che potesse essere l’inizio di una nuova vita con Vittoria, lontano da lì, altrove. E’ così che le dice “io ti aspetto” e in effetti è ancora lì, che la aspetta. Invano.
Chiuso nel vortice della sua stessa vita, preferisce vivere di reminiscenze che di aspettative. In fondo forse di aspettative realmente non ne ha proprio più, forse non ne ha mai avute, forse sa da sempre che Vittoria non lo raggiungerà mai a quella stazione dove lui le ha promesso che resterà ad aspettarla. Forse finirà così i suoi giorni.
Accanto al dramma di quest’uomo, c’è un’altra solitudine. Un altro barbone. Fuori dagli schemi, frizzante, uno di quelli che vede per la prima volta un uovo e non ha idea di come cuocerlo, uno di quelli che si è costruito un mondo incantato, che gioca come solo un bambino sa fare, che scopre i colori, gli oggetti, le forme. Al drammatico monologo del primo, si alterna la vitalità del secondo che intona canzonette e improvvisa balletti scombinati. Di lui non si sa nulla se non quello che si vede. Non ha storia, non ha identità. Non ha neanche la parola. Lui può essere tutto o niente, può essere una proiezione, essere il fool di questa piéce dei giorni nostri, essere il giullare che frantuma il dramma.
In uno spettacolo strutturato a capitoli, egli fa sentire la sua voce solo per dare il titolo alla scena cui lo spettatore sta per assistere utilizzando dei burattini, di volta in volta appesi sull’Albero dei Pizzuti, quale parallelismo con i vari personaggi che interloquiranno nella scena successiva.
I due barboni condividono lo spazio di un palcoscenico. Nient’altro. Sono due grandi solitudini che muovono indipendenti l’una dall’altra, non si vedono, non si incontrano, non si sfiorano neanche. Come due automi vanno per le loro miserande vite, ignorando tutto ciò che è realtà.
Notevole l’ impegno interpretativo dei due attori: Claudia Fonti, che investe di energia e dinamismo la scena con grande sensibilità ed espressività, e Fabio Manniti, chiamato a sostenere un ampio monologo ricco di sfaccettature.
L’ironia è stata senz’altro una capace compagna di viaggio.

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