I Bombardamenti di San Lorenzo
“Milk run”, la corsa del latte, un raid semplice, fin troppo, come il percorso mattutino del lattaio per lasciare le bottiglie casa per casa. È un “milk run”, nel gergo dei piloti, a seppellire San Lorenzo sotto le macerie, ad abbattere in sei ondate successive gli scali ferroviari e gli aeroporti Littorio e Ciampino e a seppellire una volta per tutte le facilonerie grottesche di difesa del regime. Il tiro al piccione comincia alle ore 11 in una bella mattina di luglio (il 19 luglio 1943). 662 bombardieri e 268 caccia americani piombano su Roma. Le bombe sono 4.000 con 1.060 tonnellate di esplosivo. A difesa solo 38 aerei italiani, 3 dei quali abbattuti. La prima ondata centra lo scalo San Lorenzo, poi tocca al quartiere e sono le devastazioni più gravi. Oggi lo diremmo un bombardamento chirurgico. A lungo si era discusso se colpire Roma, per non passare davanti al mondo come nuovi barbari, per non centrare uno Stato neutrale come il Vaticano. La certezza dell’immunità era così sedimentata nel pensare comune che la gente dormiva sotto il colonnato di San Pietro, certa di aver salva la vita, o si trasferiva a Roma che tanto chi avrebbe osato marcarla a fuoco. Il primo bilancio ufficiale, il 22 luglio, fissa i morti in 717 e i feriti in 1.599. La cifra dei caduti raddoppierà ma sarà comunque per difetto.














